Mese: Febbraio 2019

Ardüche

Ardüche s.f. = ortica

L’ortica (Urtica dioica) è un’erba infestante diffusa in tutto il mondo. “Si trova frequentemente nei terreni azotati, ad esempio tra le macerie e i luoghi incolti, vicino ai centri abitati, o nei lati più umidi e ombrosi dei boschi, dal mare alla montagna” (Wikipedia)

È un pianta erbacea della famiglia delle Urticacee con numerose specie diffuse n tutto il mondo, dalle zone tropicali a quelle temperate. Quasi tutte sono dotate di temibili peli urticanti sul fusto e sulle foglie.

Trova largo uso in erboristeria per le sue qualità antinfiammatorie e diuretiche.

Ho scoperto con raccapriccio che l’ortica è usata anche in gastronomia perché – udite udite! – alcuni la mangiano (dopo averla lessata) nei ripieni dei ravioli, nei risotti, o nel pesto con pinoli e pecorino, al posto del tradizionale basilico.

Ce la mangiàssere löre!

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U lùche cchjù frìdde jì ‘u fucarüle

 ‘U luche cchjù frìdde jì ‘u fucarüle = il luogo più freddo è il focolare

È un Detto antico che descrive le condizioni di indigenza di una famiglia nella di cui casa il focolare – che dovrebbe essere il suo suo luogo più caldo –  è  miseramente gelido per il fatto che non si cucina da tempo.

Se il focolare (‘u fucarüle←clicca) è il luogo più freddo, figuratevi il resto della casa!

Purtroppo fino al 1951 non esisteva la “Cassa integrazione guadagni”, né l’indennità di disoccupazione, e quando il capo famiglia si ammalava o perdeva il lavoro, in assenza del salario, in casa sua tutti soffrivano letteralmente freddo e fame!

Però molto spesso scattava lodevolmente la solidarietà del vicinato che interveniva con cibarie di prima necessità.
Mia nonna talvolta staccava un grosso pezzo di pane dalla sua pagnotta, lo celava sotto il grembiule e lo portava ad una famiglia che versava in queste condizioni.  Lo consegnava alla mamma,  “pe fé mangé ‘i uagnüne“, in un angolo appartato della casa, senza che nessuno la vedesse, per delicatezza, per non intaccare la dignità di quella mamma.
Che tempi tristi!

A volte il Detto descrive anche figuratamente delle situazioni di disagio o di difficile soluzione.

Il sostantivo lùche = luogo, è un po’ arcaico, ed è stato soppiantato dal più sbrigativo “pòste” = posto, luogo, sito.

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U péne jìnd’u cìcene…

Il Detto completo recita:

Te fazze trué
‘u péne jìnd’u cìcene
e l’acque jìnd’u canìstre.

Era una esplicita minaccia delle mamme rivolta a quei marmocchi irrequieti.
Sì ti darò pane e acqua, ma nei contenitori inadatti in modo che non tu possa raggiungerli. +
Una punizione severa.

Infatti il pane nell’orciuolo (clicca→u cìcene) non si può estrarre, e l’acqua nel canestro non può essere contenuta.

Come quando si minaccia di far vedere i sorci verdi.

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Ciavarre

Ciavarre s.m. = Capretto

 È un termine usato nel settore della pastorizia pervenutoci tale e quale dal dialetto abruzzese.

Nel corso dei secoli transumanza (la migrazione stagionale di greggi e pastori che venivano a svernare in pianura) ha portato, oltre agli ovini, anche molti termini abruzzesi o molisani in Capitanata. E non solo quelli attinenti la pastorizia.

La trasmigrazione linguistica avviene in tutto il mondo tra comunità confinanti. La Basilicata, per esempio nella parte nord-orientale (il Vulture-Melfese) ha una cadenza foggiana. Nella parte nord-orientale si avverte il campano. Nella parte sud-occidentale sembra calabrese, e nelle zone sud-orientale sembra barese.

 

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Sestüse

Sestüse agg. = Nervoso, inquieto, eccitabile

Riferito a persona che mostra impazienza, nervosismo, ansia.

Sté sestüse ‘u uagnöne = è irrequieto il bambino

Deriva dal sostantivo  sóste  (nella forma più arcaica si diceva sumasóste)  

 

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