Accüme me pajàbbe, acchessì te pettàbbe

Accüme me pajàbbe, acchessì te pettàbbe.

Alla lettera significa: come mi pagasti, così ti dipinsi.

Con la cifra che hai stanziato non potevi pretendere una prestazione d’opera e l’impiego di materiali di prima scelta per la dipintura della casa. Si può intendere anche la realizzazione di un quadro o di un ritratto a pennello.

Volutamente si usa la declinazione dei verbi alla maniera di un dialetto del sub-appennino dauno (Faeto, Carlantino o giù di lì) per mostrare la schiettezza del detto, e un po’ per prendere in giro il committente spilorcio.

Infatti in manfredoniano si dovrebbere dire pajàste e pettàtte. o, meglio, al passato prossimo: cüme m’ha pajéte, acchess’ t’agghje appettéte. = come mi hai pagato, così ti ho dipinto.

Simile ad un altro proverbio dello stesso tenore: Accüme me sùne, acchessì te cande = come mi suoni, così ti canto..

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De tutte cöse àmma parlé, ma ‘a tabbaccöre nen l’àmma tucché.

De tutte cöse àmma parlé, ma ‘a tabbaccöre nen l’àmma tucché.

Di tutto dobbiamo parlare, ma la “tabacchiera” non la dobbiamo toccare.

La lettrice Tonia Trimigno mi suggerisce una lieve variante, per bocca di sua nonna, che non ne stravolge affatto il significato:
Juchéme e pazziéme ma ‘a tabbaccöre nen l’amma tucché = Giochiamo e scherziamo, ma la “tabacchiera” non la dobbiamo toccare.

Ovviamente la tabacchiera (astuccio contenitore di tabacco) qui ha un significato traslato, Come quando si cita “l’uccello” e non si intende indicare il volatile, o “la patata” o”la farfallina” e non è riferito né all’ortaggio, né all’insetto.

Ringrazio l’amico Umberto Capurso che mi ha fornito il Detto e la relativa spiegazione che riporto qui di seguito.

In tempi di ristrettezze economiche le nostre nonne compravano tutto a credito. Alcuni bottegai, specialmente verso le clienti carine e in arretrato con i pagamenti, avanzavano proposte indecenti in cambio dell’immediato azzeramento del conto. Le donne oneste e rispettabili rispondevano in questo modo, facendo chiaramente capire che di tutto si poteva parlare, ma non si dovevano oltrepassare certi limiti a salvaguardia della propria dignità di donna e di sposa.

Qualcuna spiritosa gli faceva la (clicca→) puppéte , ma questo è il risvolto comico della faccenda.

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Cante, ca te fé Canòneche

Alla lettera si traduce con: Canta, ché ti fai Canonico.

Questo Detto ha due significati:
1) Parla tu, ma tanto io non ti ascolto. 
2) A furia di cantare puoi diventare anche Canonico … ma a me non interessa. 

Cominciamo a dire che il Canonico è un presbitero (cattolico, luterano, o anglicano) facente parte di un Gruppo ristretto, il “Capitolo”, creato dal Vescovo e scelto fra i sacerdoti che si  sono distinti per particolari meriti nel loro ministero. 

Spiegazione: il Detto cita il Canonico perché questi era la figura che colpiva l’immaginazione popolare, per il suo canto doloroso, implorante e monotono che si ascoltava durante le funzioni cui partecipava l’intero Capitolo Diocesano.

Nei funerali “di lusso” di una volta i parenti del defunto invitavano, dietro compenso, l’intero Capitolo a partecipare al funerale e al successivo accompagnamento della salma fino al Cimitero, dietro il cocchio a quattro cavalli bardati di nero. I Canonici durante il tragitto pregavano e salmodiavano, con canti mesti che si addicevano al lutto.

Ringrazio Umberto Capurso per avermi dato spunto per la stesura di questo articolo.

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Temènze

Temènze sf = Timore, soggezione, rispetto, riguardo

Indica uno stato d’animo interiore, come di trepidazione, di soggezione, di rispetto, di apprensione.

Un sostantivo che sta scomparendo. Peccato perché ha un bel suono ed è comprensibile anche se lo si sente per la prima volta, a causa della stessa radice di “temere” da cui deriva.
Era usato nell’italiano antico: infatti si trova proprio “temenza” a partire da Boccaccio nel XIV secolo, e credo fino agli scrittori del Novecento. Trovo che sia un termine elegante.

Nel nostro dialetto era usato fino alla generazione precedente l’attuale, ossia fino agli ani ’60. .

Nen töne temènze de nesciüne = Non ha timore di nessuno.

Ricordo che mia madre quando mi rimproverava per qualche marachella, commentando il mio atteggiamento un po’ di sfida, diceva che io avevo pavüre senza temènze = paura senza timore. Ossia che la mia “paura” era solo finzione…
Ma ero in età pre-scolare e mi fu risparmiata più di una volta la meritata sculacciata.

Ringrazio l’amico Nardino Mastroluca per il prezioso suggerimento.

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Tafanèlle

Tafanèlle s.f. = segreti, pensieri reconditi, desideri “in pèctore”.

Un sostantivo usato sempre al plurale.
In italiano esiste una locuzione che si avvicina a tafanèlle, termine ormai desueto, e conosciuto solo dagli ottuagenari: cioè “scoprire gli altarini” = scoprire o svelare i segreti altrui.

Códde Mattöje sépe tutt’i tafanèlle = Costui, Matteo, sa tutti i (miei/tuoi/nostri) segreti.

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Botte carröre (a)

A bòtte carröre loc.id. = Velocemente, precipitosamente, di gran carriera

Di gran carriera, a gambe levate, in tutta fretta, rapidamente, di corsa, a spron battuto, a tutta birra, repentinamente, ecc.

Stèmme tanda belle nanz’a chése, quànne, tutte ‘na vòlte, jì’rrevéte Giuànne a botte carröre = Stavamo tanto bene davanti casa, quando, ad un tratto, è arrivato Giovanni di gran carriera.

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U ciucciarille de San Gesèppe alla vecchiéje assètte ‘u trotte


U ciucciarìlle de San Gesèppe, alla vecchjéje assètte ‘u trotte

L’asinello di San Giuseppe alla vecchiaia manifestò (la capacità di usare) il trotto.

Il dott. Enzo Renato – che ringrazio pubblicamente – sinteticamente spiega che il Detto si riferisce ad una persona che all’improvviso ostenta capacità e/o attività fino ad allora mai espresse.

E bréve a jìsse! Chi ce l’avöva düce a nüje = E bravo lui! Chi l’avrebbe mai detto?

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Arrascéte

Arrascéte agg. = Bramoso, voglioso

Il lettore Fabio Sahadewa Brigida – che ringrazio pubblicamente – mi dà una sintetica definizione di questo aggettivo:
«Il termine è molto usato tra i giovani ed esprime un qualcuno che mostra di desiderare tanto qualcosa (anche sessualmente)»

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Alla vecchjéje ‘i calze rosse

Alla vecchjéje ‘i calze rosse prov. = Alla vecchiaia (indossa stranamente) le calze rosse

Mio padre mugugnava – quando osservava qualche azione inusuale o inattesa, discordante o sorprendente) – questo Detto, che esprimeva una valenza negativa:

Insomma sarebbe cosa buona e giusta fulminare, ad esempio, una settantenne che indossasse un improbabile tanga, oppure un Gigi D’Alessio qualora manifestasse una inspiegabile passione per la musica jazzistica o per il rap.

Il Detto calza bene (scusate l’involontario “calambour” sulle calze) anche se non riguarda specificamente una persona fisica. Come ad esempio un Carnevale fuori stagione, o le ciliege a dicembre (per quanto ora si possano reperire tutto l’anno) o il capitone a ferragosto….

Nota linguistica:
Le calze in dialetto diconsi propriamene cavezètte, ma il Detto è fortemente ironico ed usa il termine simil-italiano càlze.

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Ndrüje

Ndrüje s.m. = intoppo, intralcio, ostacolo

Usato anche come aggettivo sostantivato per indicare una persona che non dà nessun aiuto, anzi è d’intralcio  
Lìvete da nanze, ca sì proprje ‘nu ndrüje!

Sinonimi:
Per esempio: Jöve de fòlle e truàtte a ‘nu ‘ndùppe pe nnanze = Andavo di fretta e trovai un imprevisto (persona indesiderata, o una inattesa deviazione) davanti

Sinonimo ‘nduppe, nel senso proprio di intoppo causato da una persona

Un ostacolo provocato da oggetto o circostanza viene detto ndrùppeche.

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