Prescìgghje

Prescìgghje s.m. = Eccitazione, euforia.

Tensione emotiva che induce agitazione, ansia incontenibile, specificamente riferita all’ attesa di un evento piacevole.

Si usa dire ‘mprescìgghje = in eccitazione.

Vedüte a löre, ce so’ mìsse ‘mprescìgghje p’i fèste! = Guardateli! Si sono messi in eccitazione per le feste!

Ovviamente deriva da prüsce e prescèzze = gioia, contentezza

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Cógne

Cógne s.m. = Cuneo, zeppa

Era un oggetto di da taglio in acciaio temprato, in uso presso gli spaccalegna per rompere manualmente i segmenti di rami grossi poggiati al suolo (Fig.1)

Si conficca dapprima il cuneo nel ceppo per un paio di centimetri lungo le venature del legno e poi con colpi ben assestati con la mazza (grosso martello usato anche per spaccare pietre) lo si riduce in pezzi più piccoli.
Per questa operazione oggi i boscaioli si avvalgono di apposito macchinario.

I nostri cógne sono fatti anche di legno, e di varie dimensioni.
Quelli più grossi si posano sotto le ruote di qualsiasi veicolo allo scopo di evitarne l’indietreggiamento (Fig. 2)
Altri più piccoli, detti cugnetjille o zèppe, si pongono sotto i piedini dei mobili zoppicanti per non farli traballare.
I cógne di plastica, più fattura più recente, servono per bloccare la porta aperta nella posizione voluta.(Fig. 3)

Fig. 1
Fig. 2
Fig. 3
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Pezzüche

Pezzüche s.m. = Picchetto


«Paletto appuntito di legno o di ferro che si pianta nel terreno per fissare tende da campeggio o per eseguire misurazioni topografiche, o come segnale di tracciati stradali, confini e sim.»
(Definizione coniata dal Vocabolario on line della Hoepli Editore)

Si usa come piolo per fissare tende militari, coperture, pali da vigneto, ecc.

Il nome pezzüche deriva dal fatto che l’oggetto è appuntito, pizzuto, che termina a punta, e  può riferirsi a qualsiasi oggetto acuminato.

Attenzione a distinguerlo dal quasi omografo pìzzeche (pizzicotto o pala di fichidindia)

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Cecalùcchje

Cecalùcchje s.m. = Mantide religiosa

È un insetto (Mantis religiosa) diffuso dall’Africa all’Europa Centrale che ama i climi caldo-temperati.
Erroneamente ritenuto dannoso per l’agricoltura,  o addirittura pericoloso per l’uomo che sta a contatto con la vegetazione.  Di qui il nome dialettale cicalùcchje o anche  cecalùcchje = che acceca l’occhio.

Di misterioso sappiamo solo che la femmina, dopo l’accoppiamento, che (beati loro) dura alcune ore, si divora il maschio, cominciando dalla testa…

La inesauribile Wikipedia ci fornisce una spiegazione diciamo biologica di questo cannibalismo:
«L’accoppiamento delle mantidi è caratterizzato da post-nuziale: la femmina, dopo essersi accoppiata, o anche durante l’atto, divora il maschio partendo dalla testa mentre gli organi genitali proseguono nell’accoppiamento.
Questo comportamento è dovuto al bisogno di proteine, necessarie ad una rapida produzione di uova; prova ne è che la femmina d’allevamento, essendo ben nutrita, spesso “risparmia” il maschio.»

Ringrazio il dott.Enzo Renato per aver evocato questo termine dialettale quasi desueto.

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Ròtelavjinde

Ròtelavjinde s.m. = Ipèrico, Erba di San Giovanni.

È una pianta spontanea, la Hypericum perforatum, chiamata anche Erba di San Giovanni, usata in erboristeria per le sua qualità curative.

I nostri raccoglitori di fichidindia la usavano solo per spazzolare i frutti raccolti e stesi su uno spiazzo allo scopo di privarli, almeno grossolanamente delle micidiali spinette. Infatti identificavano la pianta col nome di scuparèlle,  piccola scopa.
Presumo che il nome sia composto dalla terza persona del verbo rutelé, rimestare, come il movimento rotatorio dell’erba sui fichidindia, e vjinde = vento, che si porta via le spine. Per fare questa operazione la persona deve porsi sopra vento…

Ho attinto il nome scientifico della pianta dall’inesauribile  “Vocabolario Manfredoniano” dei miei amici dr.Pasquale Caratù e dr.Matteo Rinaldi, (Nuovo Centro di Documentazione Storica di Manfredonia-2006), ai quali va il mio ringraziamento. Io non ci sarei mai arrivato!

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Scìgne ‘n palazze (‘a)

Scìgne ‘n palazze (‘a) loc.id. = Scimmia in palazzo (la)

Questa locuzione idiomatica definisce una donna che ritiene di essere diventata una vera signora  solo perché non abita più al piano terra, come nel secolo scorso avveniva per il popolino.
Difatti i piani più alti erano dimora dei più abbienti, che ostentavano anche così il loro status sociale..

Il corrispondente maschile era definito pezzènte revenüte = pezzente rinvenuto, come per dire che fino a poco tempo prima era un poveraccio…

Il grande Totò spesso ci ricordava che “signori” (nel senso più alto del termine) si nasce, non si diventa.

Ringrazio l’inesauribile dott. Enzo Renato per l’imbeccata.

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Jèsse ‘u mègghje vöve d’a caravéne

Jèsse ‘u mègghje vöve d’a caravéne prov. = Essere il miglior bue della carovana.

Figuratamente si immagina un tiro di buoi a trainare l’aratro o il carro, tra cui spicca uno particolarmente possente.

È un complimento rivolto a quella persona che si distingue in un gruppo di amici perché trainante, disponibile, attivo, carismatico.   In effetti  quando quando lui è assente la comitiva sembra un mortorio…

Amme pèrse ‘u mègghje vöve d’a caravéne! = Abbiamo perduto il più valido del gruppo.

Si usa anche, con lo stesso significato, jèsse ‘u pjirne prengepéle = essere il perno principale, il caposaldo, il cardine.

Ovviamente la frase può avere un significato canzonatorio per sfottere amichevolmente una persona presa di mira dal gruppo.

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Bengalöne

Bengalöne agg. = Alto, allampanato

L’aggettivo designa una persona di corporatura magrissima e molto alta. Scherzosamente si diceva una volta, “alto e fesso”…

L’amico Sebastiano Granatiero mi suggerisce testualmente che il termine, bengalöne o bangalöne «deriverebbe da “bangalore” che è un congegno esplosivo di forma cilindrica montata all’estremità di un tubo allungabile, utile per provocare un’esplosione a distanza, specie in caso di attacco sotto il tiro del nemico».

Il singolo tubo in questione è dotato di filettatura maschio-femmina. Si univano più elementi fino a formare una canna di alcuni metri, che dà l’aspetto di alto e magro attribuito figuratamente alle persone allampanate.

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Stringetüre

Stringetüre s.m. = Torchio, strettoio

Va bene anche scritto strengetüre.

Torchio per spremere le olive o le vinacce, lo stesso che strettoio.
È formato da tante doghe di legno saldamente inchiavardate, e da una pressa idraulica che spreme le vinacce per far colare attraverso gli interstizi il mosto in esse contenuto. 

In senso figurato arrevé au stringetüre vuole significare la finale resa dei conti, la messa alle strette. Come dire: tutti i nodi vengono al pettine. Non si sfugge.

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Accucchjàrece

Accucchjàrece v.i. = accoppiarsi, saldarsi, aggregarsi.

Riferito a due o più persone che si associano o si riuniscono per compiere insieme una qualsiasi azione.

A volte il verbo ha valore di scherno o di invidia.
Ce sò accucchjéte ‘na bèlla famigghje! = Si è aggregata una bella famiglia.

Si usa anche la forma transitiva accucchjé = unire, legare, saldare.
Per estensione significa anche articolare un discorso secondo una linea logica.

Nota fonetica:
Fate attenzione alla pronuncia. Il primo gruppo di doppia ccu dal punto di vista fonetico viene definito “occlusivo posteriore velare”, mentre l’altro cchj è detto “sonante anteriore alveolare”.
Lo so che la fonologia è materia prettamente scientifica, che voglio tener fuori da questo sito che è divulgativo e non didattico, ma ci tenevo a far notare la differenza fra i due suoni.
Non lo farò più.

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