Pàbbele

Pàbbele s.f. = Favola  raccontino

Una storiella interminabile, che si arricchisce di particolari man mano che si racconta, inventata al momento, magari a commento di un episodio di cronaca realmente accaduto in ambito politico, sociale, sportivo, lavorativo, ecc.

Talvolta l’espressione pàbbele e frecàbbele si usa per indicare un allegra serata trascorsa tra amici a raccontare storie, vere e inventate, all’insegna dell’allegria, del cibo e del buon vino.

A parte l’assonanza fra questi due termini (si usa spesso in dialetto come in storje e patòrje…,  mamùrce p’i ndurce,… nannùrche abbasce a l’urte… ecc.), il sostantivo pàbbele, che è usato sempre al pluralesignifica proprio favole.

 

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Düje-bastöne

Düje-bastöne s.m. = Due di bastoni

Si tratta della denominazione di una singola carta da gioco del mazzo delle 40 carte dette “napoletane”, mazzo che comprende 10 carte per ogni seme: denari, coppe, spade e bastoni.

Invece nel mazzo di 52 carte dette “francesi”, 13 per ogni seme, ci sono: cuori, quadri, fiori e picche.

Generalmente il due di bastoni è considerata una scartina, cioè una carta di poco valore.  Però In certi giochi, come nel “tressette” invece è molto ben apprezzata.   Al Nord dicono che una persona vale il due di picche quando non ha voce in capitolo.

Scherzosamente, venivano detti “due bastoni” i mutandoni lunghi  i vréche (←clicca), usati una volta dagli uomini che lavoravano all’aperto in mare, in edilizia o i nei campi, per proteggersi nella stagione fredda.

Infatti una somiglianza dei mutandoni con quella carta è evidente.

 

 

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Vusjire

Vusjire s.f. = Visiera

Breve falda del berretto sporgente solo davanti, usata come riparo dal sole e anche dalla pioggia, in cappelli e berretti, soprattutto sportivi e militari. Molto usata per i copricapi invernali dette “coppole” usate dagli uomini del Sud,
Le visiere sono ben sporgenti nei berrettini estivi.

 

Tesa di celluloide o di plastica trasparente ma fortemente colorata che, applicata alla testa mediante un elastico, serve a difendere il viso da luce troppo viva (portata soprattutto da saldatori, da sportivi, da registi e operatori cinematografici e televisivi, ecc.)

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Assuzzé

Assuzzé v.t. = Uguagliare, appianare, livellare

Da questo verbo deriva l’aggettivo sùzze (←clicca) = uguale nel  raffronto tra due o più soggetti.

Per esempio:  tagliare dei paletti di una recinzione tutti alla stessa altezza.
Oppure recidere i gambi dei fiori, nel comporre un mazzo, per pareggiarli nella parte terminale.
O anche livellare le asperità di una qualsiasi superficie (un campo o un pavimento o una panca).

Usato ironicamente assuzzé significa  rimpinzarsi. Insomma assumere un cibo dapprima ritenuto eccessivo per la capacità ricettiva del proprio stomaco, ma poi compiacersi per l’avvenuta degna collocazione.

Stamatüne me sò assuzzéte döje farréte! = Stamattina mi sono collocato due farrate (…nello stomaco)!.

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Fìgghje de jatte angappa sórge.

Fìgghje de jatte angappa sórge. = Figlio di gatta acchiappa topi

Si tratta di linguaggio figurato. Il figlio del gatto/a proprio per la sua natura felina ha tendenza a catturare i topi. Generalmente si ereditano le qualità familiari.

I Latini usavano il Detto: «Qualis pater, talis filius» per evidenziare la somiglianza caratteriale o fisica tra padre e figlio.
La regola ha valore anche in senso negativo.
Se una persona cresce in ambiente familiare delinquenziale, è difficile che diventi un frate francescano…

Però da un campo di pietre o di letame può sempre nascere un fiore.

Mio padre ribadiva, per evidenziare lo stesso concetto di ereditarietà: Pétre e fìgghje: stesse tappe, stèsse legnéme = Padre e figlio stesso tappo, stesso legname.  Noi diciano che sono fatti della stessa pasta.
Oppure Pétre e fìgghje, vedènne, facènne = Padre e figlio, vedendo facendo.
Come dire che il figlio agisce imitando spontaneamente l’atteggiamento dei genitori che sono i suoi modelli di vita: come vede così fa, nei buoni e nei cattivi esempi.

Esiste un altro proverbio simile che afferma l’abilità del gatto anche al buio (clicca→ qui)

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Ardüche

Ardüche s.f. = ortica

L’ortica (Urtica dioica) è un’erba infestante diffusa in tutto il mondo. “Si trova frequentemente nei terreni azotati, ad esempio tra le macerie e i luoghi incolti, vicino ai centri abitati, o nei lati più umidi e ombrosi dei boschi, dal mare alla montagna” (Wikipedia)

È un pianta erbacea della famiglia delle Urticacee con numerose specie diffuse n tutto il mondo, dalle zone tropicali a quelle temperate. Quasi tutte sono dotate di temibili peli urticanti sul fusto e sulle foglie.

Trova largo uso in erboristeria per le sue qualità antinfiammatorie e diuretiche.

Ho scoperto con raccapriccio che l’ortica è usata anche in gastronomia perché – udite udite! – alcuni la mangiano (dopo averla lessata) nei ripieni dei ravioli, nei risotti, o nel pesto con pinoli e pecorino, al posto del tradizionale basilico.

Ce la mangiàssere löre!

 

 

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U lùche cchjù frìdde jì ‘u fucarüle

 ‘U luche cchjù frìdde jì ‘u fucarüle = il luogo più freddo è il focolare

È un Detto antico che descrive le condizioni di indigenza di una famiglia nella di cui casa il focolare – che dovrebbe essere il suo suo luogo più caldo –  è  miseramente gelido per il fatto che non si cucina da tempo.

Se il focolare (‘u fucarüle←clicca) è il luogo più freddo, figuratevi il resto della casa!

Purtroppo fino al 1951 non esisteva la “Cassa integrazione guadagni”, né l’indennità di disoccupazione, e quando il capo famiglia si ammalava o perdeva il lavoro, in assenza del salario, in casa sua tutti soffrivano letteralmente freddo e fame!

Però molto spesso scattava lodevolmente la solidarietà del vicinato che interveniva con cibarie di prima necessità.
Mia nonna talvolta staccava un grosso pezzo di pane dalla sua pagnotta, lo celava sotto il grembiule e lo portava ad una famiglia che versava in queste condizioni.  Lo consegnava alla mamma,  “pe fé mangé ‘i uagnüne“, in un angolo appartato della casa, senza che nessuno la vedesse, per delicatezza, per non intaccare la dignità di quella mamma.
Che tempi tristi!

A volte il Detto descrive anche figuratamente delle situazioni di disagio o di difficile soluzione.

Il sostantivo lùche = luogo, è un po’ arcaico, ed è stato soppiantato dal più sbrigativo “pòste” = posto, luogo, sito.

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U péne jìnd’u cìcene…

Il Detto completo recita:

Te fazze trué
‘u péne jìnd’u cìcene
e l’acque jìnd’u canìstre.

Era una esplicita minaccia delle mamme rivolta a quei marmocchi irrequieti.
Sì ti darò pane e acqua, ma nei contenitori inadatti in modo che non tu possa raggiungerli. +
Una punizione severa.

Infatti il pane nell’orciuolo (clicca→u cìcene) non si può estrarre, e l’acqua nel canestro non può essere contenuta.

Come quando si minaccia di far vedere i sorci verdi.

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Ciavarre

Ciavarre s.m. = Capretto

 È un termine usato nel settore della pastorizia pervenutoci tale e quale dal dialetto abruzzese.

Nel corso dei secoli transumanza (la migrazione stagionale di greggi e pastori che venivano a svernare in pianura) ha portato, oltre agli ovini, anche molti termini abruzzesi o molisani in Capitanata. E non solo quelli attinenti la pastorizia.

La trasmigrazione linguistica avviene in tutto il mondo tra comunità confinanti. La Basilicata, per esempio nella parte nord-orientale (il Vulture-Melfese) ha una cadenza foggiana. Nella parte nord-orientale si avverte il campano. Nella parte sud-occidentale sembra calabrese, e nelle zone sud-orientale sembra barese.

 

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Sestüse

Sestüse agg. = Nervoso, inquieto, eccitabile

Riferito a persona che mostra impazienza, nervosismo, ansia.

Sté sestüse ‘u uagnöne = è irrequieto il bambino

Deriva dal sostantivo  sóste  (nella forma più arcaica si diceva sumasóste)  

 

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