Suma’

Suma’ s.m. = Maestro, Mastro

L’appellativo suma’ era usato dagli allievi di bottega rivolgendosi al mastro/maestro artigiano (fabbro, sellaio, sarto, falegname, muratore, lattoniere, ecc. ).

Secondo la mia opinabile opinione è la forma contratta di “u màstre“. 

Il lettore Matteo Borgia – che ringrazio di cuore – ha formulato questa ipotesi sull’origine di suma’:
«L’attributo sua o suo è una forma di rispetto (sua signoria, sua maestà, sua santità, sua eccellenza, ecc. ecc.).

Perciò suma’ è la forma contratta di “sua maestria”.
Allo stesso modo contratto, aggiungo io, si è formato in siciliano il vocativo vossia, e voscenza (vostra signoria, vostra eccellenza)

Parlandone a terzi gli allievi indicano il proprio maestro/a con: ‘u mastre müje, o ‘a mastra möje = il mio maestro, la mia maestra.

In termini generici basta ‘u mastre o ‘a mastre

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U Monzegnöre de Tréne

L’indovinello completo, conosciuto con lievi varianti anche in altri comuni della Daunia, suona così:

‘ U Manzegnöre de Tréne
lu töne sèmbe mméne.
Ce lu porte strìnde-strìnde,
mìzze da före e mìzze da jìnde

L’Arcivescovo di Trani lo tiene sempre in mano. Se lo porta stretto stretto, mezzo fuori e mezzo dentro.

La FALSA risoluzione, un po’ maliziosa e irriverente, fa pensare all’Alto Prelato quando va a fare pipì…

Invece la soluzione VERA si riferisce all’Anello Pastorale.

Con la stessa soluzione vi propongo questo secondo indovinello inviatomi dal lettore Luciano Nicola Casalino, cui va il mio più vivo ringraziamento:

Manzegnöre u töne grússe
ammizze a püle, carne e jusse.
Quanne vöde i fèmmene bböne,
pí, e ce lu cacce da före
!

L’Arcivescovo lo tiene grande in mezzo a peli, carne ed ossa. Quando vede le donzelle graziose, subito lo mette in bella mostra.

Ho notato che ha la metrica e gli accenti giusti per adattarsi alla conosciutissima musica di “Garibaldi fu ferito”

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Adduré

Adduré v.intr. e v.tr.= Odorare, emanare un buon profumo, annusare

Nella forma intransitiva assume il significato di olezzare, emanare odore, effondere fragranza.
Quant’addöre ‘a rìnje du Garghéne! = Quanto profuma l’origano del Gargano!

Invece nella forma transitiva significa annusare, percepire un aroma, un odore, aspirare la fragranza.
Addure ‘stu tabbacche, Te piéce? = Annusa questo tabacco. Ti piace?

Proverbio:
Se l’addure ‘ngüle föte püre jìsse = Se gli annusi il culo, puzza anche lui.

È una constatazione della nostra condizione umana. Molti personaggi si ritengono superiori agli altri per carica o ruolo sociale. Anche loro sono uomini, con i propri errori, stranezze e contraddizioni, non esenti dalle miserie umane, fisiche e intellettuali.

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Sparètte

Sparètte s.f. = emanazione di luce, irraggiamento solare, sprazzo di sole.

Viene definito sparètte un gradevole raggio di sole, specie nella stagione invernale, allorquando fa capolino attraverso uno squarcio di nubi nel cielo coperto.

Trovandosi all’aperto, ci si sofferma volentieri a farsi scaldare sotte ‘a sparette de söle, specie se si incontra qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere.

Ho sentito pronunciare sprètte, probabilmente per influenza di dialetti viciniori.
In Calabria dicono spère ‘i sole
In Romagna sprai ad sol

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Cascatüre

Cascatüre s.m. = Setaccio, vaglio

U cascatüre è un setaccio usato in edilizia per separare in via umida la malta(*) dagli inerti la cui granulometria non è adatta all’uso cui sarà destinata, ossia per il sottofondo di pavimentazione, il rinzaffo, o per il fino.
Per questo, in base alla larghezza delle maglie viene chiamato rispettivamente “cascatüre grusse”, “cascatüre p’u rìcce” e “cascatüre suttüle”.

Ricordo la sua forma quadrata a bordi alti sostenuta da 4 stanghette. Una volta riempito il “cascatore” due operai afferravano le 4 stanghette e scuotevano il setaccio con movimento sussultorio. La malta passava “filtrata” nel contenitore sottostante (una carriola o una caldarella) e il pietrisco della misura non desiderata che rimaneva nel setaccio veniva ribaltato di lato.
L’immagine riproduce un bel disegno di S. De Biase. Ci sono i vari tipi di vagli. Quello verticale (17) era chiamato cernetüre a rèzze, quello rotondo (18) farnarille (entrami usati a secco) e quello con le stanghe (19) il nostro cascatüre.
Ora abbiamo la nomenclatura completa.

(*) La malta tradizionale (‘a càvece) viene detta tecnicamente “malta bastarda” ed era composta da tufina grossolana e/o sabbia di cava, calce idrata in grassello o in polvere, cemento e impastata con acqua fino alla consistenza voluta.

Ora si vendono miscele a secco di malta preconfezionata, cui basta aggiungere solo l’acqua per ottenere l’impasto della finezza voluta.

Foto e notizie tratte dal volume “ARTE E MESTIERI A MANFREDONIA” del compianto Giuseppe Antonio Gentile. Ediz. Centro di documentazione storica-Manfredonia. Tip. Cappetta 1987.Foggia

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L’acque nen assècche

L’acque nen assècche = la pioggia non inaridisce (i campi, le colture).

Alcuni pronunciamo l’acque ne ‘nzecche.
Il Detto, un po’ più o completo è: add’jì ca chjöve ne’nzècche = dove piove non secca.
Il contadino è notoriamente apprensivo per l’andamento meteorologico. Difatti dall’abbondanza o dalla scarsezza delle precipitazioni dipende il suo raccolto.
In questo Detto è una constatazione di piogge abbondanti e frequenti. Come per dire: ben vengano, così il mio raccolto sperato non soffrirà della siccità (in dialetto sìccete).

Per contro, quando non piove da molto tempo, per buon auspicio il contadino dice: l’acqua che non piove in cielo sta ( prima o poi cadrà). (clicca qui).

Ringrazio l’amico Nardino Mastroluca per avermi riportato per la preziosa imbeccata, ascoltata da Matteo Borgia, cui sono grato per aver potuto redigere questo articolo.

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Arte

Arte s.f. = mestiere

Arte viene usato prevalentemente al posto di mestiere, per indicare un’attività manuale svolta continuativamente per procacciarsi un guadagno.
Ecco alcuni modi di dire riferiti all’arte:

Nen töne che arte fé. = Non sa come impiegare il suo tempo.

E queste jì l’arta töve! De jì sfrecanne ‘i crestjéne! = Solo questo sai fare! Andare a molestare la gente!

Nen tenì nè arte e nè parte = Non saper fare nulla e per giunta non aver alcun cespite.

In questa locuzione, parte è usata in modo figurativo e fa riferimento al linguaggio giuridico per evidenziare che quel disgraziato non ha ricevuto alcuna quota dell’eredità, perché escluso dalla successione.
Parte può anche essere un ruolo teatrale (‘a parte de ‘nu vècchje), o un brano musicale per solista (‘a parte assöle).

Insomma senza arte e senza parte non si è nessuno.

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Fìšque

Fìšque (taluni pronunciano fìšcule o fìškle o  fìšche) s.m. = Fiscolo

Il fiscolo (del lat. fiscusfiscina «borsa, cesto») è un recipiente filtrante in cui vengono poste le olive macinate per sottoporle alla torchiatura.

I fiscoli sono generalmente composti di fibre assemblate in cordoncini che poi sono intrecciati in maniera da formare dischi del diametro di circa 60 cm. Ogni fiscolo si presenta come un doppio disco filtrante sigillato ai margini e forato al centro.

 

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Accumegghjé

Accumegghjé v.t. = coprire

Deriva dal latino ad cumulum nel significato proprio di coprire. Estensivamente con terra, coltre, tegole ecc.

Il contrario, scoprire, viene tradotto in scumegghjé e scumegghjàrece

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Jastematöre

Jastematöre s.m. = Bestemmiatore

Persona che usa sovente bestemmiare senza ragione i Santi, Dio e le cose sacre (clicca->) jastöme, anche come irritante intercalare.

Per estensione si intende con jastematöre anche persona con il vizio del (meno grave) turpiloquio, ossia che usa spesso e volentieri parole oscene, le cosiddette parolacce.
Faccio un solo esempio (di cui mi scuso in anticipo) che riporta una telefonata di rimprovero. La traduzione non è proprio alla lettera:

«Mattö’, strunzelöne, c’jì fatte l’une e mèzze, cazze! Quanne cazze t’arretüre? Sté ‘u piatte alla tàvele ca ce arrefrèdde, e che cazze!» = Matteo, accidenti, siamo arrivati all’una e mezza! Ma tu quando decidi di rincasare per il pranzo?

Mammamöje, Giuànne jì ‘nu jastematöre ca te fé škande! = Mamma mia! Giovanni è un bestemmiatore da far paura.

Al femminile è invariabile, non esiste un termine per bestemmiatrice.
In italiano esiste anche il termine biastematore, sicuramente di origine toscana, molto simile al nostro.

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