Autore: tonino

Giógge

Giógge s.f. = Caramelle balsamiche

Pastiglia gommosa zuccherata, di forma emisferica, aromatica o medicinale.
Sono caramelline gommose, al sapore di menta, ricoperte di zucchero semolato.
Le più note sono prodotte da oltre 100 anni dalla Valda e vendute nelle inconfondibili scatolette rotonde di latta.

Sono balsamiche e vengono usate, specie da parte dei fumatori, per il trattamento delle irritazioni delle vie respiratorie.

Il nome giógge dato dai nostri antenati è una storpiatura di “giuggiola”, con la quale non ha nulla da spartire…

Ricordo che nel negozio di Viscardo erano in bella mostra sul bancone, dentro un contenitore di vetro a bocca larga. Evidentemente erano vendute sfuse, a peso.

A noi bambini queste caramelle non facevano gola perché erano di sapore penetrante e poco dolce. Preferivamo quelle lunghe di Pasqualino, tipo grissino, a base di zucchero in pasta bicolore, di fattura domestica.

A Cerignola sono dette sciusciù.


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Fé frósce e premöre

Fé frósce e premöre loc.id. = vincere a punteggio pieno

La premöre è un gioco di carte cui partecipano due o più giocatori.

Il cartaio (‘u cartére) distribuisce quattro carte a testa. Dopo scarti e richieste di nuove carte i giocatori tentano di ottenere o la premöre o ‘u frósce.

Si fa premöre (da “primiera”) quando si raggruppano in mano quattro carte con i semi differenti (coppe, denari, spade e bastoni).

Si fa invece frósce (dall’inglese flush*) quando si ottengono le quattro carte dello stesso seme.

In un raffronto tra giocatori che nella stessa mano raggiungono il punteggio, ‘u frósce batte ‘a premöre.

Figurativamente quando uno stravince in una gara, un esame, un concorso, un affare, ecc. si dice che ha fatto “frósce e premöre“, punteggio pieno.
Ovviamente il linguaggio figurato non tiene conto delle regole del gioco, nel quale una combinazione esclude l’altra.

O si fa frósce o si fa premöre.

*Dice Wikipedia che il termine flush usata nel gioco del poker è una storpiatura inglese di Fluxus, voce codificata nelle regole del gioco nel tardo medioevo.


La foto riproduce un dipinto del XVI sec. (di pubblico dominio) «Four gentlemen of high rank playing the card game Primero».
Noterete che il primo giocatore a sinistra sta tentando di fare frósce a fiori avendo già in mano tre carte con questo seme.

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Rüsce

Rüsce s.f. = Carbonella

Si tratta di carbone vegetale spezzettato, tuttora in vendita in sacchetti di carta preconfezionati, usato per preparare la grigliata.

Anticamente veniva usata per riscaldamento domestico, accesa in capienti bracieri, e coperta di cenere per prolungarne la durata.
Era possibile acquistare la rüsce già accesa dai fornai, quando la rimuovevano dal forno, essendo un residuo della legna usata per riscaldarlo, prima di introdurvi il pane per la cottura.
Ci si recava al forno con un secchio o un altro recipiente, e con pochi spiccioli si otteneva una palata di rüsce ardente che alimentava il braciere fino a sera.

Potrebbe derivare dal francese (charbon) roussi = carbone bruciato

I pezzi grossi del carbone erano detti carevüne a ciocche = carboni a ciocco.

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Mbassé

Mbassé v.t. = Fasciare

Fasciare sia nel senso di fasciare i neonati almeno fino ai 6 mesi, allorquando si (clicca→)  “cacciavano i piedi”. 
Fortunatamente questa costrizione ora non si usa più.

Per questa operazione si usavano:
– ‘a culöre, specie di pannolino filtrante;
‘u fassatüre, un panno di cotone assorbente (in seguito sostituiti dai “ciripà” filtranti):
‘a fasse, una larga benda di cotone grosso  che avvolgeva il bebé, con tutto il pannolino, dalle ascelle in giù. Tra le spire della fascia si inseriva la (clicca→) pungèlle.

Tutto questo armamentario era definito ‘a ‘mbassande.
I primi due elementi, dopo il passaggio in lavatrice, erano riutilizzabili a lungo.

‘Mbassé aveva il suo contrario:  sfassé = sfasciare (nel senso di togliere le fasce, non di rompere!)

Nella Daunia esiste un Detto: ‘Mbàssele brutte e sfàssele bèlle. cioè, non badare alle fattezze del neonato, perché con la crescita, in pochi giorni, come tutti i bambini, cambierà rapidamente i tratti del viso e diventerà bellissimo.

‘Mbassé e sfassé può significare anche bendare e sbendare una ferita.

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Muntué

Muntué v.t. = Menzionare, nominare, citare

Accettabile a che la pronuncia məntué, usata in tutta la Daunia.

Il bel verbo deriva dal latino mente habere avere in mente, attraverso il francese antico mentevoir (leggi mant-vuàr)

San Francesco, nel famoso «Cantico delle creature» usa questo verbo nel verso:
«Ad te solo, Altissimu, se konfàno et null-homo ène dignu te mentovare
In italiano moderno significa: “A te solo, o Altissimo, si addicono e nessun uomo è degno di menzionarti.”

Quando alle Scuole Medie la prof. che ci presentò questo Cantico, io sapevo già perfettamente, alla prima lettura, il significato di “mentovare” ancor prima della sua spiegazione.

Uhé, Giuà, proprje ajire t’amme mentuéte = Ehi, Giovanni, proprio ieri ti abbiamo nominato!

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Segghjózze

Segghjózze s.m. = singhiozzo, singulto

Va bene anche la pronuncia sugghjózze se preceduto dall’articolo determinativo singolare (‘u sugghjózze).

Il singhiozzo è la contrazione ripetuta e involontaria del diaframma. Il termine deriva dal latino “singultus”.

Ecco i rimedi della nonna (niente farmaci!) che erano semplici e funzionavano egregiamente:
1 – trattenere il fiato più a lungo possibile;
2 – provocare uno spavento nel paziente con un rumore improvviso o con un grido inaspettato;
3 – somministrare alcune gocce di limone direttamente sulla lingua;
4 – bere sette piccoli sorsi d’acqua consecutivi, senza intervalli, in apnea.

Quando non è di natura patologica il singhiozzo è provocato dallo stomaco troppo pieno che preme sul diaframma.

È l’evidente sintomo di sazietà.
Ecco un Detto recitato dalla mammina premurosa dopo un singhiozzo del suo poppante:
Sàzzje jì ‘u purcellózze, c’jì anghjüte ‘u vudeddózze = Sazio è il porcellino, si è riempito il budellino.

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Trìste

Trìste agg. = Tristo, maligno

L’aggettivo trìste, oltre al significato di tristo, ossia maligno, bieco, cattivo, designa – stemperandone il pesante significato –  anche l’aspetto di un bambino molto irrequieto, che dà grattacapi ai genitori.

Vi rimando ai due proverbi riguardanti il triste cliccando qui e anche qui

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Bècche-cecògne

Bècche-cecògne s.m. = pinzette a becco di cicogna

Si tratta di un accessorio per l’acconciatura dei capelli femminili, introdotto sul mercato a metà del secolo scorso in sostituzione delle forcine o dei ferrettini.
Sono di estrema praticità, in quanto si applicano numerosi sulle ciocche  o sui bigodini con movimento a pinza.
Generalmente sono di alluminio o di plastica colorata, quindi non attaccati da ruggine. Esistono anche quelli di acciaio inox e a doppia punta per uso professionale.

Ovviamente i bècche-cecogne vengono usate solo in ambiente domestico per fissare le ciocche dopo lo shampoo in modo che, con una spruzzatina di lacca assumano la forma voluta.

Quando le donzelle escono di casa se le cavano scupolosamente.
Guai a lasciarne solo una! È un grave segno di sciatteria (nziamé!)

Ringrazio l’amico Matteo Borgia per l’imbeccata.

 

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Smiccé

Smiccé v.t. = sbirciare, intravvedere, scorgere.

È accettabile anche la dizione smeccé o anche smercé.

L’inesauribile Vocabolario Treccani dice: «Guardare attentamente, socchiudendo gli occhi per acuire la vista o per concentrarla su un determinato punto o particolare; per estensione, guardare minuziosamente, squadrare».

Individuare qualcuno o qualcosa in una massa omogenea (tra la folla, in un mucchio).

Giuà, t’avöve smeccéte a fianghe a ‘na bèlla uagliöne! = Giovanni, ti avevo intravisto (in un assembramento, in piazza, al cinema, ecc.) a fianco di una bella ragazza!

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Alluscé

Alluscé v.t. = Vedere (male)

Generalmente viene usato al negativo per indicare una cattiva visione, o per difetto della vista, o per l’oscurità ambientale.

Ha viste a quedda varche ammìzza mére? No, da lunténe nen tante ce allósce = Hai visto quella barca in mezzo al mare? No, io da lontano non vedo tanto bene.

Nota linguistica:
I verbi transitivi in italiano reggono l’accusativo. Es. Avete visto Giovanni? Ho incontrato un prete, ecc.

In dialetto invece, sulla scorta dello spagnolo, reggono il dativo: Avüte vìste a Giuanne? Agghje ‘ncuntréte a ‘nu prèvete.

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