Autore: tonino

Manacöne

Manacöne s.m. = Manica larga

Va bene anche la pronuncia manecöne.
Alla lettera significa “manicone”, larga manica. Sono tipiche dei sai francescani, spesso usate dai frati per celarvi le mani in inverno, al riparo dal freddo, o per nascondervi il fazzoletto.

Figuratamente mettìrle ‘nd’u manacöne significa togliere qualcosa dalla vista, dimenticare, e quindi non pensarci più.
È il caso, ad esempio, di un credito diventato inesigibile, o di un sopruso ricevuto, al quale non si vuole controbattere.

Indica anche l’atto di trarre vantaggio da una qualsiasi transazione.
Fare la cresta, serbare illecitamente per sé un vantaggio economico, fare peculato.

Con l’identico preciso significato l’ho sentita pronunciare da un amico originario della Campania (“mette rint’o manacone” ), mentre con una mano faceva l’atto di allargare una immaginaria giacca e con l’altra mimava di infilare qualcosa nella tasca interna, al posto del portafogli. Questo per fugare qualsiasi dubbio interpretativo!

Ringrazio il lettore Michele Castriotta per il suo prezioso suggerimento.

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Söle-ljöne

Söle-ljöne s.m. = Solleone

Va bene anche scritto sölljöne o sölliöne.
Periodo estivo, generalmente da metà luglio a metà agosto, caratterizzato da gran caldo, specie nelle ore del meriggio.

Il termine è composto da söle, sole e ljöne (segno dello Zodiaco) perché in quel periodo il sole si trova in tale segno.

‘Stu söle-ljöne fé škatté ‘u cüle ai magiulücchje! = Questo solleone è insopportabilmente caldo!

È tipico di Manfredonia il detto riferito alle lucertole.
Cliccate qui —> magiulècchje!

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Sunagghjére

Sunagghjére s.f. = Sonagliera

Striscia di cuoio o di tela cui sono fissati una serie di sonagli, che si pone al collo degli animali da tiro o da soma per segnalarne la presenza o il passaggio.

Il lodato vocabolario Caratù-Rinaldi lo definisce «pendente a sonagli con campanelli e bubboli (= scescelècchje←clicca) il  collare del cavallo».

Aggiunge anche: «In posti viciniori al nostro territorio, questo sonaglio è detto anche andecore forse perché viene posto sotto il cuore del cavallo dandogli la forza nel trainare il peso».

Il sostantivo andecore (o vandecore) nel Sud Italia indicava qualsiasi affezione cardiaca. Quindi il posizionamento dei sonagli era intesa come unasorta di prevenzione.

Ringrazio il dott. Rinaldi per il prezioso suggerimento.

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Nghjavechéte

Nghjavechéte agg. = inzaccherato, sporcato.

Dicesi specialmente di persone, oggetti, o indumenti imbrattati.

Possono risultare ‘nghjavechéte dopo l’uso, tute, camici o grembiuli usati nella normale attività lavorativa manuale, come quella di fabbri, tintori, muratori, meccanici, macellai, fuochisti, calafati, spazzacamini, imbianchini, calderai, e chi ne ha più ne metta.

L’aggettivo deriva dal verbo ‘nghjaveché = sporcare, insozzare, imbrattare a sua volta scaturito dal sostantivo (clicca->) chjàveche = fogna, cloaca.


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Acciüdamosche

Acciüdamosche s.m. = Paletta schiacciamosche

Va bene anche scritto e pronunciato elidendo la “a” iniziale : l’acciüdamosche oppure ‘u ‘cciüdamosche = (l’arma, l’oggetto che) uccide le mosche. Il nome alternativo pecchjètte è recente, e secondo me, rappresenta una vera e propria una appropriazione indebita di un termine italiano di ben altro significato. Infatti il picchietto è quel martelletto appuntito usato nei cantieri navali per scrostare manualmente la carena delle imbarcazioni infestata da concrezioni calcaree.

Utile oggetto di un metodo antichissimo usato per eliminare i fastidiosi insetti volanti. Consiste in un rettangolino di materiale vario, leggero, fissato ad una lunga impugnatura ad asta.

I nostri nonni contro le mosche si impegnavano in lunghe battaglie che duravano l’intera mattinata.

Il metodo era assolutamente ecologico, Non c’era bisogno di insetticidi o pesticidi, Era una guerra accanita one-to-one = uno-contro-uno.

Ricordo di aver visto a casa di un anziano vicino di casa un picchietto di fattura domestica, la cui paletta era costituita da un pezzo di reticella metallica, di quelle usate come zanzariera, con i bordi protetti da un sottile orlo a cordoncino, e fissata ad un lunga asticella di legno. Funzionava alla stessa maniera di quelli posti in vendita negli empori, fatti di plastica e fil di ferro, o tutti di plastica come nell’immagine in alto.

Mi viene a mente “Il prode piccolo sarto” dei Fratelli Grimm, che ne uccise sette in un colpo usando un pezzo di stoffa come ‘cciudamosche.

E per finire, una divertente definizione tratta da “Nonciclopedia”:
«SCHIACCIAMOSCHE:
Bacchetta terminante con un allargamento della stessa, almeno di un rapporto di larghezza di venti a uno, di forma vagamente poligonale, ma presentante angoli smussati, per non incorrere in ferimento dell’usufruttuario, che, in prima persona, maneggia l’oggetto, dotato in taluni casi di gruccia per poter essere appeso ad un qualche spunzone, come chiodi di svariate fogge e di ogni sorta, la cui utilità è di debellare il fastidio che dei piccoli organismi, appartenenti all’ordine dei Ditteri, e alla classe dei Muscidi, portano con il ronzio causato dallo sfregamento delle loro ali e l’attrito con l’aria delle medesime.»

Il Dipartimento della Salute dello Stato Pennsylvania nel 1900 invitava le famiglie ad usare lo schiacciamosche (swat the fly =schiaccia le mosche)

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Arruffianàrece

Arruffianàrece v.i. = arruffianare, arruffianarsi

Comportarsi in modo servile per ingraziarsi qualcuno per il proprio tornaconto.

Questo atteggiamento è molto diffuso in ambito politico o lavorativo perché volto a propiziarsi un qualsivoglia vantaggio (di carriera, di remunerazione, di privilegi, ecc.).

Insomma una autentica captatio benevolentiæ, ossia il catturare la condiscendenza altrui, aggiungerei con ogni mezzo, lecito e illecito.

È usata anche la locuzione tenì accurdéte. = concedere regalia, o anche il Detto jónge l’asse ca la röte aggiüre = ungi l’asse (del carretto) così la ruota gira (più facilmente).
L’elargizione può essere occasionale o continuativa commisurata al valore o alla cadenza con cui si spera di ottenere la facilitazione.

In questo caso i Latini dicevano do ut des = io do affinché tu dia. Insomma quell’inciucio che i Napoletani definiscono esplicitamente con “io te dongo ‘na cosa a te, tu me daje ‘na cosa a me

Mi viene in mente Renzo, quando aveva approntato i famosi quattro capponi per arruffianàrece (pe tenì accurdéte) l’avvocato Azzeccagarbugli.



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Ne jì dumèneche se nen ce sté ‘u züche

Ne jì dumèneche se nen ce sté ‘u züche = Non è domenica se non c’è il sugo.
Ovviamente per “sugo” noi intendiamo il ragù di carne mista e passata di pomodoro, usato per condire le orecchiette o gli ziti spezzati (o anche i rigatoni…).

La tradizione meridionale è sacra. Non è ammesso altro “primo” al pranzo della domenica. In tempi più recenti si è passati alla pasta al forno (cannelloni, lasagna) ma sempre condita col rituale züche domenicale.

In Emilia-Romagna per esempio di domenica usano spesso i tortellini o i passatelli in brodo. Buonissimi, per carità, ma io sono di quelli che di domenica vogliono «‘U pranze de Pulcenèlle», ossia i maccarüne p’u züche d’a dumèneche! Se no che domenica è?

Nei tempi difficili del dopo-guerra ricordo che di domenica, invece della carne, le nostre mamme usavano la cotica o la ventresca di maiale per preparare ‘u züche fìnte = il sugo “finto”, perché privo di brasciöle, savezìcchje, castréte, pulpètte….
Sì, finto, ma era pur sempre sugo, ed era ugualmente buono, vi assicuro!

Ringrazio il lettore Alfredo Rucher per il suo grazioso suggerimento.

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Canze

Canze s.m. = Pausa, tregua

È un termine di origine marinaresca e contadina ormai in via di estinzione, perché viene ancora usato, nella forma negativa, solo dalle persone anziane nella locuzione nen dé canze per significare non dar tregua, non concedere una interruzione, non dare respiro.
Per estensione, senza dé canze, vale come: sfiancarsi, agire senza porre tempo in mezzo, operare incessantemente, ecc.

Succede che mentre si sta portando a termine un lavoro, arriva un secondo impegno cui bisogna applicarsi, senza soluzione di continuità.

Fé la spöse, cucené, lavé, stènne, assuché, steré i panne.. jògge ‘a jurnéte nen me dé canze! = Far la spesa, cucinare, lavare, stendere, asciugare, stirare… oggi la giornata non mi dà tregua.

Vuoi vedere che canze derivi da vacànze? No, è troppo ardita questa ipotesi… Più probabile che sia una forma alterata dello spagnolo descanso = riposo, requie. Quindi descanso = dé canze = dar riposo.
Ricordo che cansado in spagnolo vuol dire stanco.

Ringrazio vivamente il lettore Michele Castriotta per la sua graziosa imbeccata, che mi ha consentito la stesura di questo articolo.

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Féfe

Féfe

Féfe s.f. = Fava

Pianta erbacea della famiglia delle Fabaceae (Vicia faba) con fusto eretto, foglie paripennate, fiori bianchi o violacei e semi schiacciati a forma di rene contenuti in baccelli.
Il seme è commestibile. Di colore verde o bruno, di forma appiattita, si mangia fresco o secco.

La tradizione manfredoniana vuole che il giorno di Santa Lucia, il 13 dicembre – forse perché la loro forma tondeggiante, ci fa ricordare gli occhi estirpati alla povera Lucia nel suo martirio – si consumino le fave lessate con tutta la buccia, dette féfe aggraccéte, ossia aggrinzite, perché così si presenta la corteccia dopo aver tenuto le fave in acqua per tutta la notte prima della bollitura.

Insomma la fava si presenta con delle minuscole pieghe o ondulazioni, aggrinzita, “arricciata”.

Si preparano anche arrostite, sempre con tutta la buccia. Si mangiano come i bruscolini o il pop-corn, ossia per passatempo. Ma è un passatempo solo per coloro che hanno denti robusti…
A me spaccherebbero la dentiera! ‘Nziamé!.

C’era un tale che tutte le sere si collocavacon un suo scanno davanti al cinema “Fulgor” e vendeva in coni di carta, fave e ceci abbrustoliti, da consumare durante la proiezione dei film.

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Stèmme scarse a fetjinde!

Stèmme scarse a fetjinde!… loc.id. = Sentivamo la mancanza.

È ammessa anche la versione al presente “Stéme scarse a fetjinde

È una esclamazione divertita, come di sollievo, usata verso qualcuno quando, del tutto inatteso, si presenta ad una festa, o si accoda ad un gruppo, o si affaccia in casa altrui, ecc.

Come se si dicesse: il nostro “gruppo di fetenti”, era troppo striminzito; meno male che sei arrivato tu a rimpolparlo!…

Ovviamente l’ospite sa benissimo che l’epiteto “offensivo” (clicca ->) “fetente” in questo contesto ha un valore del tutto “amichevole”, e che gli amici non faranno alcuna difficoltà ad ammetterlo nella brigata.

Aggiungo che l’esclamazione calza anche al plurale, nel senso che si si può rivolgere sia verso una persona singola, sia verso più persone che si presentano inattese: sempre scarsi eravamo…

Similmente anche l´esclamazione “amme accucchjéte ´a settante” viene scherzosamente pronunciata quando si raggiunge un bel numero di amici, magari inaspettati (allegri o musoni non fa differenza), come per dire: “ti aspettavamo, mancavi solo tu!”. Tutti sanno che “la settanta” è un punto nel gioco di carte della Scopa (carte a denére, carte a longhe, sètte denére e ´a settante)

Ringrazio il lettore Alfredo Rucher per avermi ricordato questa locuzione, favorendo la stesura di questo articolo.

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