Autore: Tonino

Ammègghje-ammègghje

Ammègghje-ammègghje loc.id. = Pienamente, intensamente, a tutto spiano.

La locuzione vuol evidenziare il carattere di continuità di un’azione, di una circostanza, anche se ci si sarebbe aspettato un andamento diverso.

Ammìzz’a chjazze stèvene sunànne a mègghje a mègghje = In piazza stavano facendo musica (nonostante l’ora tarda).

Nüje stèmme pronde e jèsse durmöve a mègghje a mègghje = Noi eravamo pronti e lei dormiva profondamente (senza ricordarsi dell’appuntamento dato).

Stànne a mègghje a mègghje söpe ‘a spiagge = Ci sono moltissimi bagnanti in spiaggia (nonostante il tempo incerto)

Il lettore Enzo Renato, che ringrazio per il suggerimento, cita l’espressione: ai mègghje ai mègghje.

Si cita questa locuzione, leggermente diversa, per indicare il fior fiore, l’élite, i migliori, la cima, i più evidenti, di un insieme di persone, di un mucchio di cibarie, ecc.

Ci ò capéte ai megghje ai mègghje = Si è scelto i migliori (collaboratori, o anche carciofi, tagli di carne, pesci, ecc.)

 

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Àngeca töje (all’)

Àngeca töje (all’) loc.id. = All’anima tua!

È un benevolo rimprovero verso qlcn che ha sbagliato o che si è lasciato sfuggire una ghiotta occasione per migliorarsi o per trarne vantaggio.

Un po’ un eufemismo, senza significato perché àngeca simula “anima”.

L’imprecazione più cruda mannagghja a ttè! = maledizione a te!, esprime impazienza, contrarietà, stizza, disappunto. Invece quando si usa quell’àngeca che ha un suono simile, ma che non è proprio àneme si vuole imprimere al rimprovero un senso di delicatezza e affetto.
Come quando si dice mannàgghje a chitennósse invece dell’offensivo mannagghje a chitemmùrte, o per non essere addirittura blasfemi di dice “mannàgghje alla Majèlla”.

L’interiezione all’àngeca töje può coniugarsi al plurale:
A l’àngeca vostre! = Accidenti a voi
Mannagghje a chivennósse = Accidenti ai vostri cari.

Al plurale esiste la formula breve: Gghjachìve

Ma questa la conoscono solo i monelli, avvezzi alle marachelle,  quale invettiva dei malcapitati sfottuti.

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Bèlla ‘ndeniške (La)

Bella ‘ndeniške (‘a) s.f. = La bella odalisca

Negli anni ’30 la Mira Lanza lanciò la prima campagna pubblicitaria in Italia per la raccolta delle figurine a punti.

Raggiunto un certo punteggio si aveva diritto ad un premio. Insomma un ingegnoso sistema di fidelizzazione tuttora in auge.

In quegli anni la Liebig e la Perugina-Buitoni avevano anch’esse sponsorizzate le loro figurine. Tutti ricordano l’introvabile ” feroce Saladino” della Perugina (vedi figura a lato)

Tra le varie figurine circolanti ce n’era una intitolata “La Bella Odalisca”. Siccome la descrizione è stata riportata “a orecchio” senza sapere bene di chi si trattasse, il fatto stesso che indicava una “bella” il pensiero associa a “bella-ggiòvene” intendendo una procace ragazza di facile abbordaggio.

Non c’è una spiegazione più plausibile.

Quindi la “Bella odalisca” diventa in dialetto presumo prima “‘a bèll’adelìsche” e poi ‘A bèlla ‘ndeniške.

Era usata dalle nostre nonne in modo canzonatorio: Avì, mo vöne ‘a bèlla ‘ndenìške = Eccola, ora viene la donna irresistibile, la bella fatalona.

Un po’ come quando paragonava qualcuna che si atteggiava in modo eccessivo alla Regina Caitù.

Ringrazio Tonia Trimigno per l’imbeccata recepita da sua madre, la lettrice Angela la Torre che si è premurata addirittura di interpellare il poeta Franco Pinto, e Franco Zerulo per la chicca finale delle figurine Mira Lanza.

Questa è la dimostrazione lampante di come funziona questa pagina. Grazie alla collaborazione di tutti.

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ORTOGRAFIA E FONOLOGIA

ORTOGRAFIA E FONOLOGIA DEL DIALETTO MANFREDONIANO

QUESTO STESSO ARTICOLO SI TROVA SULLA HOME-PAGE. TUTTAVIA HO PREFERITO INSERIRLO NELLA CATEGORIA “GRAMMATICA” SOLO PER FACILITA’ DI CONSULTAZIONE.

CONSONANTI

Le consonanti si scrivono e si pronunciano tutte come nella lingua italiana
b, c (che chi) d, e, f, g (ghe ghi,) h, l, m, n, p, q, r, s, t, v, z.

Per rappresentare alcuni suoni, l’italiano ricorre a digrammi o trigrammi (sequenza di grafemi per rappresentare fonemi). Faccio più presto se mi esprimo con esempi:

– digramma:
1) “ch”, davanti a e o alla i per il suono duro (chiesa, ghiro)
2 “gn”,rappresentato nell’alfabeto fonetico internazionale dal fonema [ɲ] (agnello/a[ɲ]ello)

– trigramma:
1) “gli”, rappresentato nell’alfabeto fonetico internazionale dal fonema [ʎ]. (figlio/fi[ʎ]o).
2) “sci”, rappresentato nell’alfabeto fonetico internazionale dal fonema [ʃ]. (sciabola/[ʃ]abola).
3) “chj”, molto caratteristico nel nostro dialetto: fate attenzione alla differenza di pronuncia fra il suono anteriore della parola chjéve = chiave, e stucchié = stuccare: il primo ha un suono “anteriore”, alveolare mentre l’altro è “posteriore”, come chése, cavàllechecòzze, ecc., rappresentabile anche con la semplice ‘k’.
È maggiormente avvertita questa differenza di suono se leggiamo in italiano ‘chiacchiere morte’ e con lo stesso significato, ma con grafia diversa il nostro chjacchjere morte

Il digramma “sc” (di scena) ha un discorso particolare.  Per quest’ultimo suono ho preferito ricorrere al segno diacritico (accento circonflesso contrario) sulla lettera s (š), più semplice da ottenere sulla testiera (alt+0154). Lo adopero solo nel suono šk di schiaffo (škàffe).

Il nostro dialetto a volte chiede una doppio “sce”: ho scritto “sciàbbele”, come l’italiano sciabola. Ma se devo dire rebbuscéte, credo che venga meglio rappresentato da rebbu[ʃʃ]ète o da rebbuššéte.
Siccome non voglio ricorrere al pur comodo Alfabeto fonetico internazionale, quando occorra andrò ad usare la doppia sce (šš) (peššacchje, càšše = pipì, cassa).

VOCALI

Scriviamo ora ciascuna vocale e spieghiamo la corretta pronuncia:

– “a” (con o senza accento) – ha suono anteriore aperto (italiano: mamma, chiamare)
– “é” (con accento acuto) – ha suono anteriore semichiuso (céro, stélo, védére, témére)
– “è” (con accento grave) – ha suono anteriore semiaperto (èrba, cèlèrè, vènto)
– “e” (senza accento) – ha suono neutro, indistinto, che ha la funzione importante di formare sillaba con la consonante che la precede; si trova indifferentemente nel mezzo o in fine della parola, ma mai all’inizio, e non è mai accentata.

Se scrivo in dialetto “pmdor” non è facilmente leggibile o comprensibile. Se invece scrivo “pemedöre, (sillabando: pe-me-dö-re) è decisamente più chiaro.

Altri esempi: l’illeggibile “ccnill”. Meglio “cecenille” (sillabando ce-ce-nil-le) = pesce bianchetto; se scrivo “pacc” devo disambiguare tra “pac-ce” = pazzo/a e “pac-che” = pacco/chi, e natica/che.

– “i” (senza accento) – ha suono anteriore più chiuso e lungo (filo, vicino, mattino)
– “ì” (con accento) – ha suono anteriore meno chiuso e più breve (bìrìllo, stàtte cìtte!)
– “j” – semivocale anteriore, unito spesso ad altra vocale (rasojo, stuoja)
. “Ï”(con la dieresi) – suono neutro, si scrive al posto della “e” muta quando il termine italiano corrispondente richiede la “i“ (varrïle = barile). Per comodità di tastiera spesso ricorro all’omofono “ü“, con lo stesso suono (varrüle)
– “ò” (con accento grave o senza accento) – ha suono posteriore semi-aperto (galoppo, sciocco, pioppo, sport)
– “ó” (con accento acuto) – ha suono posteriore semi-chiuso (amóre, nazióne, colóre), o anche con chiusura più marcata, come il francese ‘eau’ ( ‘uaglió; ‘u pózze; ‘u pepedègne rósse, ‘a palla ròsse = ragazzo; il pozzo: il peperone rosso, la palla rossa): notare la differenza di suono fra le varie “o” tra il maschile e il femminile dell’aggettivo rosso/rossa
– “ö” (con dieresi) – ha suono posteriore inesistente in italiano, uguale al tedesco “ö”(omofono del dittongo oe) e al dittongo francese “oeu” (dialetto: alla söre de Mattöje c’jì rótte ‘nu pöte, ma mò stè bböne= Alla sorella di Matteo si è rotto un piede, ma adesso sta bene)
-“ù” (con o senza accento) – ha suono posteriore, chiuso (fumo, notturno, più)
– “ü” (con la dieresi) – Suono simile alla u francese o lombarda, ma meno anteriore (‘a lüne, ‘u petrusüne = la luna, il prezzemolo)

VOCALI, fonologia

Molte parole che iniziano in italiano con la vocale ‘a’, ‘e’, ‘o’ ‘u’ prendono nel dialetto la semivocale ‘j’ come avviene, per esempio, nei seguenti casi:

  • Abitare = javeté o javetéje
  • Alzare = javezé
  • Amaro = jamére
  • Aprire = japrì
  • Ardere = jàrde
  • Essa/esso = jèsse/jìsse
  • Esco =jèsse
  • Essere = jèsse
  • Oggi = jogge
  • Ordinare = jurdené
  • Umido = jómede
  • Ungere = jònge
  • Unto = jónde ( o jungiüte)
  • Uomo = jöme

DITTONGHI, fonologia

Le parole che derivano dai termini italiani con il dittongo “ie” (es. barbiere) prendono un suono di “i” con durata maggiore, rappresentata da “ji”. Infatti in italiano la vocale tonica “i” di “partì” è breve,mentre quella di “partire” è lunga, come se si dicesse “partiire”:

  • Barbiere =varvjire
  • Bicchiere = bucchjire
  • Giardiniere = giardenjire
  • Carabiniere = carabbenjire
  • Infermiere =‘nfermjire

CONSONANTI, fonologia

Alcune consonanti dei vocaboli italiani nel dialetto subiscono cambiamenti fonetici:

1 – La ‘b’ si cambia in ‘v’ (per l’influenza della lingua spagnola nella parlata del sud Italia)

  • Barba = vàreve o vàrve
  • Barca = vàrche
  • Barbiere = varevjìre
  • Brecciame = vreccéme
  • Bevuta = vèvete(taluni dicono bevüte)
  • Brache = vréche
  • Bocca = vocche
  • Bue = vöve
  • Braciere = vràscjìre
  • Bosco = Vosche

2 – La doppia ‘cc’ diventa doppia ‘zz

  • Acciaio = azzére
  • Abbraccio = abbràzze
  • Braccio = vràzze
  • Laccio =làzze
  • Carroccio =carrùzze
  • Feccia = fèzze

3 – La ‘g’ spesso diventa ‘j’, o addirittura cade quando è seguita da due vocali:

  • Gamba = jamme
  • Gatto = jatte
  • Guanto = uande
  • Guastare = uasté
  • Guerra = uèrre
  • Finimenti = uarnemìnde
  • Guardare = uardé
  • Guadagnare = uadagné

4 – Il suono ‘gli’ diventa ‘gghje’

  • Figlio = figghje
  • Famiglia = famigghje
  • Aglio = àgghje
  • Scoglio = scùgghje
  • Bisceglie = Vescègghje
  • Imbroglio = ‘mbrugghje
  • Ciglia = cigghje
  • Paglia = pagghje
  • Meglio = megghje
  • Pigliare = pigghjé
  • Ragliare = ragghjé
  • Bottiglia = buttìgghje

5 – La doppia ‘ll’ si trasforma in ‘dd’. Tuttavia la parlata moderna aborrisce quest’antica cadenza, forse ritenendola troppo rozza:

  • Cavallo = cavàdde/cavàlle
  • Capelli = capìdde/capìlle
  • Cappello = cappjidde cappjille
  • Martello = martjidde/martjille
  • Cipolla = cepodde/cepolle
  • Coltellata = curteddéte
  • Fetta = fèdde/fèlle
  • Gallina = jaddüne/jallüne
  • Pollaio = jaddenére (usato tuttora)

Curiosità linguistica: per dire “due barili”, pronunciamo düje varrüle. Ma se vogliamo indicarne uno solo, la consonante iniziale cambia: ‘nu uarrüle = un barile.    Altro esempio; ‘i varlére = i  barilai, i bottai. Con l’articolo diventa  ‘u uarlére = il bottaio, il barilaio. Notissimo questo soprannome derivato dal mestiere.
Così tutte le parole che iniziano per “v”. So che questo fenomeno linguistico ha un nome specifico, ma adesso non lo ricordo…

6 – L’addolcimento di alcune consonanti, tipico dei dialetti meridionali, ha questi effetti fonetici:

6.1. ‘nt’ in ‘nd’
• Quaranta = quarande
• Contento = cundènde
• Cantare = candé
• Tanto = tànde
• Niente = njinde

6.2. ‘nc’ in ‘ng’

  • Incantare = ‘ngandé
  • Vincere = vènge
  • Incenso = ‘ngjinze
  • In capo = ‘nghépe
  • In culo = ‘ngule

6.3. ‘nd’ in ‘nn’
• Quando = quanne
• Venendo = venènne
• Sentendo = sendènne

6.4. ‘mp’ in ‘mb’
• Sempre = sèmbe
• Campare = cambé
• Campanella = cambanella

6.5. ‘ns in ‘nz’
• Insalata = ‘nzaléte
• Insieme = ‘nzimbre
• In sogno = ‘nzunne

6.6. ‘pia’ in ‘chja’ (la ‘p’ seguita da dittongo cambia in ‘chj’)
• Pianura = chjanüre
• Pianelle = chianille
• Piangere = chjànge
• Pianto/a = chiànde
• Piazza = chjàzze
• Piove = chjöve
• Piombo = chjómme
• Pioppo = chjùppe
• Pieno = chjüne
• Pialla = chianùzze

6.7 ‘nf’ in ‘mb’ (tipico manfredoniano)
• Manfredonia = Mambredònje
• Confetto = cumbìtte
• In fronte = ‘mbrònde
• In faccia= ‘mbàcce
• Confessare = cumbessé

DESINENZE, fonologia

1 . Tutte le parole che in italiano finiscono in;
“-aio”,
“-iere”;
“-ore”

generalmente si riferiscono a professioni e mestieri, da noi si pronunciano “-ére”,  “-jìre” e “-öre”.

  • Fornaio = furnére
  • Infermiere = ‘nfermjire
  • Beccaio = vuccjire
  • Notaio = nutére
  • Fabbro-ferraio = ferrére
  • Carradore = maste-carrjìre
  • Cocchiere = cucchjìre
  • Parrucchiere = parrucchjìre
  • Sellaio = sellére
  • Muratore = frabbecatöre
  •  Ingegnere = ‘ngegnjire
  • Dottore = dottöre
  • Professore = professöre
  • Lattaio = lattére
  • Portinaio = purtenére
  • Furiere = furjìre
  1. Tutte le parole che in italiano terminano con la à (accentata), mantengono questa desinenza anche nel dialetto
  • Carità = caretà
  • Acidità = acedetà
  • Comodità = cummedetà
  • Novità = nuvetà
  1. Tutte le desinenze degli aggettivi, participi passati e sostantivi in “-ato” e “-ata” suonano “-éte”; quelle in “-uto” terminano in “-üte”.
  • Suonato = sunéte
    • Mangiato = mangéte
    • Giocato = juchéte
    • Nottata = nuttéte
    • Venuto = Venüte
  1. Le parole che in italiano hanno l’accento tonico sulla vocale “a”’ in genere, si leggono in “é”.
    Questa è una caratteristica specificatamente PUGLIESE.

Esempi:

  • Mangiate = mangéte
  • Mano = méne
  • Mare = mére
  • Aratro = aréte
  • Montanaro = Mundanére
  • Sbarcato = sbarchéte

Tuttavia bisogna dire che nel nostro dialetto la vocale tonica “a”, quando è seguita da due o più consonanti, si pronuncia come in Italiano (es. spàcche, tàgghje, scàrpe, söpatàcche, fàcce, cumbàgne, fànghe, ecc)

  • Campana = cambéne (ma “campagna” è cambàgne)
  • Cane = chéne (ma “canna” è cànne)
  • Casa = chése (ma “cassa” è càsce)
  • Papa = Pépe (ma “pappa” è  pappe)
  • Pane = péne (ma “panno” è pànne)
  1. Nel dialetto manfredoniano si verifica talvolta il fenomeno di metàtesi. Scusate la brutta parola… sembra una malattia!
    Semplicemente si tratta di spostamento di una consonante nel corpo della parola. I ragazzi ora hanno frequentato tutti la scuola dell’obbligo, e perciò hanno abbandonato spontaneamente questa caratteristica ovviamente dovuta all’ignoranza atavica. Difficilmente si sentono al giorno d’oggi strafalcioni come questi:
  • Fabrizio =Frabbìzzje
  • Firmare = fremmé
  • Capra = crépe
  • Fegato = fèdeghe
  • Quattordici = Quartòdece
  • Permanente = Premmanènde

Altri termini sono comunque ben radicati dall’uso, e dobbiamo perciò accettarli così come sono:

  • Fabbricare = frabbeché
  • Storpiare = struppjé
  • Pietra = pröte
  • Formaggio = frummàgge (dal francese “fromage”)
  1. Talvolta per la combinazione del suono ’sce’ [ scritto in inglese “sh”, in francese “ch” in tedesco “sch” ] con la k (’c’ di casa) in termini come schiaffo, schietto, io per non lasciare dubbi (scrivo shkàffe ?, shchètte? Shchitte) ricorro convenzionalmente al segno š– usato abitualmente in alcune lingue nordiche e slave: un esempio per tutti le automobili Škoda  –  e scrivere škaffe, škètte, škìtte.

 ATTENZIONE 

Volendo scrivere il dialetto è indispensabile ricorrere a segni speciali che la normale tastiera in uso ai nostri computer non contiene: allora bisogna ricorrere al “trucchetto” di usare il tasto ALT, e tenendolo premuto, digitare una serie di quattro cifre. Con questo “metodo”, togliendo le mani dalla tastiera sullo schermo compare il segno voluto.

Ho preparato una tabella. Copiatela e incollatela su un nuovo documento di testo del vostro desktop perché sono certo che vi tornerà utile:

  • È = Alt+0200
  • È = Alt+ 0201
  • é = Alt+0233 (o Maiuscolo + è)
  • ï = Alt+0239
  • Ï = Alt+0207
  • ö = Alt+0246
  • ó = Alt+0243
  • ü = Alt+0252
  • Ü = Alt+0220
  • Š = Alt+0138
  • š = Alt+0154
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INTERIEZIONE

INTERIEZIONE

Interiezione: emissione di voce non distintamente articolata che, frammezzata alle parole del discorso, esprime stati d’animo e reazioni emotive (p.e. mèh, ah!, Madò, mmh!, pih, bah! ecc.)

Meh, uagnü, jémecìnne! = Su ragazzi, andiamocene.

Mmh, jöve saprüte ‘u melöne! = Uhm, era saporito il mellone.

Mèndre ca stöve parlanne, pìh, e c’jì mìsse mmjizze! = Mentre stavo parlando io, toh, (inopportunamente) lui si è intrufolato!

M’àgghje pegghjéte ‘nu geléte da Tumasüne. Ooh, me sò arrecrejéte! = Mi son preso un gelato da Tommasino, Ah, me lo sono gustato moltissimo!

Ahó, statte nu pöche cìtte! Ca quèste jì chépe! = Sei pregato di fare un po’ di silenzio: rischi di causarmi una cefalea.

Ózze, che škjife = Puah, che schifo! (Ózze! = Interiezione di disgusto)

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ESCLAMAZIONE

ESCLAMAZIONE

Esclamazione: espressione o parola pronunciata con particolare enfasi che comunica allegria, ammirazione, sdegno ecc.

ad es:
Mamma möje = Mamma mia!
Vjéte a chi ce vöte = È tanto tempo che desideravo incontrarti.
Patecà = Che sorpresa!
Ghjachitemmùrte = Che ti venga un colpo!
Á capüte a jèsse! = Non dovevi sottovalutarla!
Madònne de Sepònte! = Incredibile! Che meraviglia!
Na persöne! = Una persona ora si mette in mostra!

Questa persona, l’oggetto della nostra critica o della nostra ammirazione, è presente di fronte a noi ma fa finta di nulla. Invece noi sappiamo qlcs sul suo conto, nonostante ce l’avesse meticolosamente celata, per modestia o per inganno.

Jògge ‘na persöne uà pajé i cumblemènde = Oggi qlcu deve pagare da bere (ad es. per una promozione, o perché dovrebbe festeggiare il suo compleanno)

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AVVERBIO

Ora trascrivo quello che riporta il Sabatini-Coletti:

“Avverbio: categoria annoverata tra le parti invariabili del discorso, alla quale vengono ascritti elementi lessicali eterogenei quanto a caratteristiche morfologiche, funzioni sintattiche e valori semantici. Una distinzione di massima può essere fatta tra gli avverbi che hanno valore puramente deittico (indicatori puntuali di luogo o di tempo: qui, lì ecc.; oggi, ora, poi ecc.), quelli olofrastici (sì, no) e tutti gli altri (che indicano modalità, gradazione, valutazione ecc., e possono specificare verbi, aggettivi o altri a.: bene, molto, piuttosto, fortemente ecc.)”

A parte il fatto che non si può presentare ai lettori del dialetto una pappardella così formulata (con tutti il rispetto dovuto all’esimio chiarissimo Prof.Sabatini che apprezziamo in TV ogni domenica mattina), perché lo costringerei a cliccare subito su “esci”….

Semplifichiamo:

a) avverbi di luogo: quà, o acquà, allà, söpe, sòtte, ammjizze, de quàrte, ‘ncambàgne, jind’a, ecc.
b) avverbi di tempo: jògge, ajire, cré, cré-matüne, cré-söre, pescré, pescrìde, all’avutrjire, mò, pò, ‘u jùrne (nel senso di pomeriggio), stanòtteajire-söre, mèndre,, ecc.
c) altri: anche nel significato di “in maniera+aggettivo”: inutilmènde, pundualmènde, malamènde, ecc.

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ARTICOLO

ARTICOLO

L’articolo in manfredoniano può essere, come in lingua, determinativo e indeterminativo.

L’articolo determinativo è rappresentato da una sola vocale, variabile a secondo del genere o del numero.

‘u = il, articolo determinativo, maschile, singolare.
In alcuni casi, risposte date con enfasi, si ricorre alla pronuncia antica di lu (ad es.:lu càzze ca te fröche!= stai tentando di convincermi con delle baggianate, ma resto delle mie idee!).

Si usa sia su consonante semplice, sia sulla esse impura (‘u péne, ‘u ruàgne, ‘u serpènde, ‘u scaramöne, ‘u buàtte).

‘a = la, articolo determinativo, femminile, singolare.
Sia usa sia su vocale sia su consonante (‘a màmme, ‘a fìgghje, ‘a uagnöne, a jummènde, a spasèlle, ‘a vamméne, ecc.).
Talvolta, se la frase è pronunciata con enfasi, anche questo articolo si pronuncia intero, proprio come in italiano.
Per esempio:
La fèsse de màmete!
Giua’, me döle la chépe! = Giovanni, taci ché mi duole il capo.

‘i = i, gli, le, articolo determinativo.
Invariabile al maschile e al femminile (‘i méne, ‘i pjite, ‘i bezzùche, ‘i bezzöche, ‘i scupastréte, ‘i ‘nfermjire, ‘i ‘nfermöre ecc.)

L’articolo indeterminativo (italiano un, uno, una) elide la u. Al suo posto inseriamo l’apostrofo così l’occhio si accorge della mancanza della vocale iniziale.

‘nu = un, articolo indeterminativo maschile, solo singolare. (‘Nu deriva dal latino unum)
(‘Nu uagnöne, ‘nu rùspe, ‘nu chéne, ‘nu škìffe, ecc.)

‘na = una, articolo indeterminativo femminile, solo singolare.
(‘Na vìcce, ‘na scàrpe, ‘na rècchje, ‘na paténe, ecc.)

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AGGETTIVO

AGGETTIVO

Nel nostro dialetto l’aggettivo concorda con il genere ma non con il numero.

AGGETTIVO QUALIFICATIVO – enuncia la qualità del sostantivo cui si riferisce.

Il italiano diremmo: il giaccone rosso, i pomodori rossi, la bandiera rossa, le scarpe rosse.

Per usare lo stesso aggettivo diremo in dialetto: ‘u giaccöne rósse (sing.), ‘i pepedìgne rósse (plur.) pronunciati con la ó stretta;

‘a bandjira ròsse (sing.), ‘i scarpe ròsse (plur.) pronunciati con la ò larga.

Notate che il sostantivo femminile usato al singolare da solo termina normalmente con la “e” muta: ‘a bandjire, ‘a scarpe, ‘a pemedöre, ecc., ma se è seguito dall’aggettivo, termina in “a”.

Eltro esempio:
‘a buttìgghje = la bottiglia
‘i buttìgghje = le bottiglie
‘a buttìgghja ròtte = la bottiglia rotta
‘i buttìgghje ròtte = le bottiglie rotte.

Il grado dell’aggettivo qualificativo non è sofisticato come in lingua: comparativo , superlativo, superlativo assoluto.
Per il comparativo dasta usare accüme a…= come…
Per il superlativo e superlativo assoluto si usa ‘numónne, scritto anche ‘nu mónne = molto, assai.
Mattóje jè attacchéte ‘nu mónne au pallöne = Matteo è tifosissimo.

Si usa spesso anche ripetere due volte l’aggettivo:
mósce-mósce (al femm. sing.moscia-mòsce) = molto mogio o flebile, o soffice o floscio;
giàlle-giàlle = giallo/i/e intenso/i/e (al femm. sing.giàlla-giàlle)
nìrje-nìrje = neri neri, nerissimi,
nerje-nèrje = nere nere, nerissime
nèrja-nèrje = nerissima.

AGGETTIVO DETERMINATIVO – determina qlco che è già conosciuta da chi parla e da chi ascolta.

Aggettivo possessivomüje, möje, tüje o tüve, süje o süve, söve, nùstre, nòstre, vustre, vostre, löre = mio, mia, tuo, suo, sua, nostro, nostra, vostro, vostra, loro.

Una particolarità dei dialetti meridionali richiede che l’aggettivo possessivo relativo alla prima e alla seconda persona (mio, tuo) imparentata con il parlante, di unisca come desinenza al parente nominato.

È più facile capirci facendo gli esempi:
Pàteme, pàtete, màmete, matrèjeme, matrèjete, fìgghjeme, fìgghjete, sòreme, sòrete, fràteme, fràtete, nónneme, nónnete, nònneme, nònnete, cainàteme, cainàtete scjirneme, scjirnete, nòreme, nòrete, sùgreme, sùgrete, sògreme, sògrete, ziàneme, ziànete, nepòteme, nepòtete = mio padre, tuo padre, tua madre, la mia matrigna, la tua matrigna, mio-a figlio-a, tuo/a figlio/a, mia sorella, tua sorella, mio fratello, tuo fratello, mio nonno, tuo nonno, mia nonna, tua nonna, mio cognato, tuo cognato, mio genero, tuo genero, mia nuora, tua nuora, mio suocero, tuo suocero, mia suocera, tua suocera, mio/a zio/a, tuo/a zio/a.

Questo legame è esteso anche ai padrini di battesimo, cresima e matrimonio: cummàreme, cummàrete, cumbàreme e cumbàrete = la mia comare, la tua comare, il mio compare, il tuo compare.

Negli altri casi l’aggettivo va pronunciato dopo il sostantivo: ‘i nöre möje = le mie nuore, ecc.

Quantunque in napoletano, secondo la regola enunciata qui sopra, esista la voce màmmeme = mia madre, la mia mamma, da noi si è più sintetici: dicendo màmme si intende solo la propria madre.

Àgghje ´ngundréte a màmme e màmete, tutt´e döje a braccètte ca jèvene alla vìlle = Ho visto mia made e tua madre, tutte e due, a braccetto, che andavano ai giardini pubblici.

– Aggettivo dimostrativocóste, quèsta, códde, quèdda, o quèlla, quìsti, quèsti, quìddi, quèddi = questo, questa, quello, quella, questi, queste, quei, quelle.

– Aggettivo indefinitonescjüne, ognüne, ogne, tutte quànde, àte, chi-süja-süje, qualóngue, chjiche jüne o quàcche, cèrte o cèrtüne, devèrse, parècchje = nessuno, ognuno, ogni, tutti, altro, qualsiasi, qualunque, alcuni, qualche, certi, certuni, diversi-e, parecchi-e

Aggettivo interrogativo ed esclamativo chjìi? chjì-ca?, chessò? = chi?, chi è?, chi sono?

Aggettivo numerale:

a) cardinale: jüne düje, trè, quatte, cinghe, söje, sètte jòtte, növe, djice, jónece o jóndece, dódece, trìdece, quattòdece, quìnece, sìdece, diciassètte, diciòtte, diciannöve, vìnde, trènde, cjinde, mìlle, düjemüle, miljóne, ecc. = 1, 2, 3. 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 30, 100, 1.000, 2.000, 1.000.000.

b) ordinale: prüme, secònde, tèrze, quàrte, quinde, sèste, sètteme-sèttema = primo, secondo, terzo, quarto, quinto, sesto, settimo-a. Dall’ordinale 8° in poi, che sono un po’ rari nel discorso, si usa l’espressione au pòste nómmere jòtte, növe, ecc.= al posto numero otto, nove, ecc…., tranne che per cendèseme = centesimo-i quale sostantivo, riferito al valore monetario.

AGGETTIVO INDETERMINATIVO (o INDEFINITO) – indicano cose e persone senza specificarne con precisione la quantità o la qualità.
Nesciüne, numónne, tròppe, tanda-tante, qualóngue, ognüne, parècchje, tanda-pedüne, pöche, ecc. = Nessono, assai, troppo, tanto, qualunque, ognuno, parecchio, ciascuno, poco, ecc.

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A

A prep.s. = A,la

1) A = A, preposizione semplice che introduce determinazione di spazio, di tempo.

Véche a mére = Vado a mare
So stéte a Fògge =
Sono stato a Foggia
J’ venüte a Natéle e a Pasque =
È venuto a Natale e a Pasqua
A Màgge jèssene i cerése =
A.Maggio escono le ciliege

2) ‘A) = La, articolo determinativo femminile singolare. Preferibilmente si scrive con l’apostrofo (‘A) per indicare che è cadula la “l” ed è rimasta la “a”.
‘A mamme e ‘a fìgghje = La mamma e la figlia.

Nota grammaticale:

Col verbo diretto (verbo transitivo), similmente a quanto avviene nella lingua spagnola, la “a” fa sembrare il discorso al dativo anzichè all’accusativo…    Spero che il successivo esempio possa chiarire questo mio guazzabuglio.

In Italiano si dice, per esempio: Io vedo te.
Io (soggetto)
vedo (verbo-predicato verbale)
te (complemento oggetto o complemento diretto).

Invece in dialetto manfredoniano – come nella lingua spagnola da cui abbiamo largamente attinto a causa al secolare predominio spagnolo nel sud Italia – si dice Jüje vöte a te.

Forse così non si creano equivoci:

Se infatti in Italiano scrivo:
“Giovanni vide il Portiere”, la frase può ambiguamente significare sia che Giovanni, passando, vide il Portiere nella sua postazione, oppure che il Portiere vide solo Giovanni, e non altri, che passava davanti alla sua guardiola.

Quindi il soggetto, con le stesse parole, è il Portiere e non più Giovanni.

Roba che, detta in un’Aula di Tribunale, fa scattare l’arresto immediato, per falsa testimonianza!

Quando si parla, l’inflessione di voce può accentuare Giovanni o il Portiere, ma nello scritto questo non può avvenire.

Invece in dialetto se dico Giuanne vedètte au Purtenére non creo il minimo dubbio. Il soggetto è inequivocabilmente Giuanne.

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